Omelia nella festa di San Pio da Pietrelcina
Pietrelcina, 23 settembre 2026
Santuario di Santa Maria degli Angeli
Cari fratelli e sorelle,
Pace e Bene!
Oggi, con grande emozione, celebro insieme a voi la nascita al Cielo di San Pio da Pietrelcina.
Ringrazio i miei confratelli francescani per avermi concesso il privilegio di celebrare in questo splendido Santuario di Santa Maria degli Angeli, in un luogo così profondamente legato alla vita di Padre Pio.
Siamo vicini alla casa nella quale il piccolo Francesco Forgione venne alla luce e al luogo in cui iniziò il cammino terreno di un bambino che, poche ore dopo la nascita, ricevette la grazia del Battesimo e il nome del santo della fraternità e della pace: Francesco.
Quando pronunciamo il nome di Padre Pio, pensiamo subito alle stimmate, alle ferite che portò nel proprio corpo per tanti anni. Ma il messaggio più profondo della sua vita non è racchiuso soltanto nelle sue ferite. È il messaggio di un uomo che ha permesso a Cristo di abitare interamente la sua vita.
Padre Pio era figlio di San Francesco. E San Francesco, alla Verna, aveva ricevuto nel proprio corpo i segni della Passione. Due uomini lontani nel tempo, ma uniti dallo stesso amore: Cristo crocifisso.
Le stimmate di Padre Pio ci ricordano che Dio non rimane estraneo al dolore dell’umanità. Dio entra nelle nostre ferite, le attraversa, le porta su di sé e può trasformarle in speranza.
Padre Pio è stato un uomo capace di accogliere le sofferenze delle persone e di affidarle al Signore. Nel sacramento della riconciliazione, le sue parole aiutavano tanti cuori a ritrovare il perdono e la pace.
In uno scritto riportato nell’appendice al suo epistolario, Padre Pio domanda:
«Quali e quanti non sono, o cristiani, gl’insegnamenti che si partono dalla grotta di Betlemme!».
Queste parole mi toccano profondamente perché la Terra Santa è la mia vita, la mia missione e la mia casa.
Oggi, però, sento che Padre Pio, attraverso queste parole, mi invita ad ascoltare le ferite della Terra Santa.
La povertà vissuta dalla Santa Famiglia a Betlemme duemila anni fa ci richiama la povertà e l’insicurezza che ancora oggi affliggono tante famiglie di quella città.
A Betlemme ho incontrato genitori che fanno fatica a sostenere i propri figli, famiglie che hanno perso il lavoro perché, a causa delle guerre e dei conflitti, non arrivano più i pellegrini, giovani che guardano al futuro con paura e cristiani costretti a lasciare la terra nella quale è nato il cristianesimo per cercare altrove sicurezza e dignità.
In Cisgiordania ho incontrato persone che vivono una quotidianità che, da lontano, facciamo fatica persino a immaginare. I controlli, i blocchi e le separazioni rendono difficile andare al lavoro, raggiungere un ospedale, assistere un familiare anziano, coltivare la propria terra o frequentare la scuola.
Anche gli insegnanti e i dipendenti delle nostre scuole affrontano ogni giorno controlli e lunghe attese per raggiungere Gerusalemme e continuare a sostenere le proprie famiglie.
E poi penso a Gaza. Penso ai bambini, alle madri, agli anziani e agli ammalati. Penso a chi ha perso la casa, la famiglia, la sicurezza e perfino la possibilità di immaginare il domani.
Ma soprattutto penso ai loro volti.
Quando incontri queste persone, comprendi che non stai guardando una notizia o un numero. Stai guardando una persona. E una persona che soffre non può lasciarci indifferenti.
Siamo riusciti a portare in Italia molti bambini di Gaza, insieme ai loro accompagnatori. Vederli finalmente curati e accolti mi dona gioia, ma mi fa pensare a quanti sono rimasti senza cure e protezione. Davanti alla loro sofferenza sento tutta la mia impotenza e chiedo a Dio la forza di continuare a servire, affidandomi alla sua volontà.
È questa una delle grandi lezioni che Padre Pio ci consegna oggi: non avere paura delle ferite.
Guardale. Avvicinati. Prendile a cuore. Portale nella preghiera.
Padre Pio è rimasto davanti alla Croce, dove non troviamo risposte facili, ma un Dio che continua ad amare anche quando l’uomo smette di amare.
Le ferite non sono soltanto in Terra Santa. Sono anche nelle nostre famiglie e nelle nostre comunità: nelle persone sole, negli anziani dimenticati, negli ammalati e in chi ha perduto la speranza.
Abbiamo bisogno di ritrovare la capacità di fermarci davanti al dolore dell’altro, di provare compassione e di chiamare fratello anche chi è diverso da noi.
Abbiamo bisogno di uomini e donne che sappiano vivere il Vangelo, perdonare, servire, rispettare la vita e riconoscere nell’altro un fratello o una sorella.
Abbiamo bisogno di santi nella vita quotidiana: persone capaci di dire «Io ci sono», di tendere una mano, di asciugare una lacrima e di costruire un ponte invece di innalzare un muro.
È questo che Padre Pio ci chiede oggi: non soltanto di ammirare le sue stimmate, ma di lasciarci ferire dall’amore di Cristo.
Perché una fede che non si lascia toccare dalla sofferenza dell’altro rischia di rimanere soltanto una parola.
Oggi sono venuto qui, a Pietrelcina, per chiedere a San Pio di intercedere presso Dio per il dono della pace.
Vorrei che, uscendo da questa celebrazione, portassimo con noi un’immagine: le mani di Padre Pio segnate dalle ferite di Cristo.
E accanto a quelle mani vorrei mettere le nostre.
Mani che possono accarezzare.
Mani che possono aiutare.
Mani che possono costruire.
Mani che possono pregare.
Mani che possono diventare strumenti di pace.
Preghiamo per Gerusalemme, Betlemme, la Cisgiordania e Gaza; per tutti i bambini che hanno conosciuto troppo presto la sofferenza e per tutte le vittime delle guerre nel mondo.
Continuiamo a pregare per la pace senza stancarci.
San Pio e San Francesco, insegnateci a riconoscere Cristo nelle ferite dell’umanità e ad accogliere ogni persona come fratello e sorella.
Maria, Regina della Pace, donaci il coraggio di non voltarci dall’altra parte.
Dalle ferite nasca la speranza e dalla speranza la pace.
Amen.
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